Mission

L’importanza del Mare nello scenario geopolitico di nostro interesse

I recenti conflitti hanno progressivamente coinvolto Paesi contraddistinti da tracollo sociale, politico / economico e soggetti diversi da Stati, evidenziando nuovi elementi (condizionamenti economici, territorializzazione del mare, sfruttamento esclusivo di nuove riserve energetiche e risorse minerarie sottomarine, etc.) che hanno conferito al mare una sempre maggiore centralità geostrategica.
Il 70% della superficie della Terra è coperta da acqua e l’80% della popolazione mondiale è concentrata in una fascia distante meno di 200 km dalla costa; per tale ragione il mare rappresenta una via preferenziale da cui condurre le operazioni di sostegno alle popolazioni colpite da calamità naturali, ma anche una fonte di rischio per maremoti e tifoni.
Sul mare si sviluppa la gran parte delle attività produttive proprie dell’uomo: i trasporti lungo le linee di comunicazione marittime, il flusso di petrolio e gas, l’attività di pesca, lo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie individuate al di sotto dei fondali marini, etc..
La globalizzazione dell’economia ha creato una reale interdipendenza di paesi geograficamente lontani ma coinvolti nella stessa catena produttore-consumatore, il cui elemento di continuità è rappresentato dal flusso globale di merci e risorse energetiche. Oggi il 90% dei beni e delle materie prime transita lungo le linee di comunicazione marittima e il 75% di questo flusso scorre attraverso pochi vulnerabili passaggi obbligati (c.d. choke points), costituiti dai canali e dagli stretti internazionali.
Particolare rilevanza assume il bacino del Mediterraneo che, con appena l’1% della superficie acquea globale, è attraversato dal 20% del traffico marittimo mondiale. L’Italia, nazione a forte connotazione marittima, si immerge con i suoi circa 8.000 km di coste al centro del Mediterraneo ed è il primo paese in Europa per quantità di merci importate via mare; sempre via mare importa circa l’80% del petrolio necessario per il fabbisogno interno. Il nostro Paese dispone dell’11a flotta mercantile del mondo e della 3a flotta peschereccia in Europa con oltre 12.700 battelli da pesca e 60.000 addetti che operano nel settore. Il cluster marittimo nazionale genera da solo circa il 3% del PIL, con un moltiplicatore economico pari a 2,9 volte il capitale investito.
È evidente, pertanto, quanto sia determinante per il sistema Paese il ruolo del mare, da cui dipendono la prosperità e la sicurezza nazionale. L’area d’interesse strategico nazionale include le regioni da cui provengono le risorse necessarie al fabbisogno energetico italiano (Golfo Persico, Mozambico, Golfo di Guinea, Nord Africa e Medio Oriente) e le vie di comunicazione marittime lungo le quali viaggiano le materie prime importate, fondamentali per un’economia di trasformazione come quella italiana. Si tratta di un’area molto estesa, densa di opportunità per la nostra realtà commerciale, ma anche di minacce che ne mettono a rischio gli interessi.

Il mare, quale “grande spazio libero”, è il luogo ideale per lo sviluppo di attività illecite e di progettualità ostili da parte di organizzazioni terroristiche e criminali transnazionali che fanno dell’accesso alla dimensione marittima del mondo globalizzato un punto di forza ed un utilizzo arbitrario.
La minaccia terroristica può colpire i trasporti via mare avvalendosi di mezzi poco costosi ma molto efficaci, condizionando i flussi di risorse vitali per l’economia e le infrastrutture critiche di supporto. È, infatti, latente il rischio di attentati a impianti sensibili quali, per esempio, le piattaforme offshore per l’estrazione delle risorse energetiche. Per fronteggiare questa minaccia è necessaria una continua azione di sorveglianza e controllo sul mare e dal mare, a garanzia della sicurezza e del libero uso delle vie di comunicazione, scongiurando i danni economici ed i potenziali disastri ecologici provocati da eventuali attacchi terroristici alle citate piattaforme che possono divenire vere e proprie “bombe ecologiche”.
Per meglio comprendere l’entità della tematica, basti pensare che l’ENI estrae in 24 Nazioni in 17 dei quali a mezzo di piattaforme offshore; si tratta in prevalenza di Paesi caratterizzati da un elevato grado di instabilità politica e sociale, che spesso non sono in grado di garantire autonomamente la sicurezza delle infrastrutture e degli interessi nazionali, cittadini italiani inclusi. Con riferimento al bacino mediterraneo, la cartina indica le principali aree di attività estrattiva e di prospezione d’interesse nazionale, localizzate tanto in vicinanza della Penisola, quanto in zone più lontane.

Nello specifico del bacino mediterraneo, la minaccia in mare di natura terroristica e criminale è rappresentata da:
• traffici illeciti (esseri umani, armi convenzionali, minerali preziosi e non);
• proliferazione di armi di distruzione di massa o componenti e/o materiali necessari per la loro fabbricazione;
• collocazione di ordigni esplosivi subacquei presso strutture ed installazioni portuali o costiere nazionali da parte di organizzazioni criminali;
• inquinamento marino intenzionale (ecoterrorismo);
• impiego di relitti per scopi illeciti/illegali;
• pirateria e depredazione armata in mare, attraverso l’impiego di sistemi d’arma ad alta letalità.

Il fenomeno della pirateria marittima, in particolare, presenta come conseguenza indiretta il rischio di una marginalizzazione del Mediterraneo. Senza un suo contenimento, gli armatori potrebbero optare per rotte più lunghe ma più sicure, circumnavigando l’Africa per evitare le acque del Corno d’Africa e dell’Oceano Indiano, dove il fenomeno è particolarmente attivo. Lo spostamento in Atlantico delle rotte mercantili avvantaggerebbe i porti nordeuropei, a scapito di quelli nazionali (Gioia Tauro, Napoli, Trieste, Genova, La Spezia), che oggi rappresentano il punto d’ingresso di significativi traffici commerciali verso l’Europa.

Le crisi regionali rappresentano un altro significativo fattore di rischio. L’avvento della “Primavera Araba” ha destabilizzato l’intera regione nordafricana e medio-orientale, interessando dalla fine del 2010 la maggior parte dei Paesi nordafricani, portando al collasso della Libia nel 2011 ed agli ultimi avvenimenti in Siria. Il quadro delineatosi ha richiesto un impegno della comunità internazionale su molteplici fronti con risvolti diplomatici ed in alcuni casi militari a carattere navale.
Il fenomeno, unitamente a spinte demografiche e conflitti etnici, provocati dai mutamenti climatici e dalla conseguente progressiva desertificazione del Nord Africa, ha influito significativamente sull’entità dei flussi migratori attraverso il Mediterraneo, in direzione dei paesi europei. Solo nel 2013 sono giunti in Italia oltre 40.000 migranti via mare a fronte di 11.545 dell’anno precedente (+ 71%).
E’ essenziale, pertanto, salvaguardare sia gli interessi nazionali sia quelli europei e, in tal senso, l’Italia può assumere una rilevanza strategica per l’Europa solo attraverso la Marina. Un esempio significativo è dato dall’Operazione Mare Nostrum, avviata nell’ottobre del 2013 per fronteggiare l’emergenza provocata dall’eccezionale aumento dei flussi migratori via mare.
A fronte della citata minaccia asimmetrica, quella convenzionale mantiene la propria attualità. Si assiste, infatti, alla crescente ambizione di alcuni Paesi dell’area maghrebina e mediorientale, che supportano il proprio ruolo anche attraverso il potenziamento dello strumento navale, con l’acquisizione di mezzi e lo sviluppo di nuove capacità, inclusa quella missilistica antinave a lungo raggio di cui sono dotati alcuni sommergibili di produzione ex-sovietica. Ciò costituisce una minaccia concreta per la stabilità dell’area e richiede un’azione continua di sorveglianza e deterrenza, assieme alle capacità di una rapida risposta in caso di crisi.
In relazione al quadro generale delineato, uno scontro di grandi formazioni terrestri o aeree sul nostro continente è poco probabile, mentre diviene sempre più pressante la necessità di proteggere l’ultima frontiera aperta, che è appunto rappresentata dal mare. Peraltro, le modalità d’intervento nelle aree di crisi tendono a privilegiare la componente marittima, per ridurre al minimo la presenza sul territorio. Tale presenza, oltre ad esporre la forza d’intervento a possibili perdite di vite umane, può essere percepita come invasiva da parte della popolazione locale e può rivelarsi controproducente. Dispiegare una forza sul terreno, o rischierare dei mezzi aerei, richiede infatti la disponibilità di basi ed aeroporti nei Paesi limitrofi, con il loro conseguente coinvolgimento politico. È quindi verosimile che in futuro si tenda a ricorrere in misura sempre maggiore alle forze navali.
Per contro, l’allargamento della NATO e dell’Unione Europea si è concretizzato attraverso l’ingresso di Nazioni a vocazione continentale, con un conseguente apporto alla Difesa comune di natura prevalentemente terrestre ed aerea, con uno sbilanciamento della composizione delle forze disponibili a svantaggio della componente navale, a fronte di un aumento degli impegni di carattere marittimo.
Completano il quadro l’ascesa di nuove potenze regionali e lo spostamento del focus statunitense verso l’Oceano Pacifico, che comporta una significativa riduzione della presenza della Marina americana nel Mediterraneo e la conseguente necessità di una maggiore assunzione di responsabilità e di un maggiore impegno in termini di presenza e sorveglianza marittima da parte dell’Italia e della Marina.
Quest’ultimo aspetto deve, peraltro, essere messo a sistema con l’intensificazione della contesa tra regime convenzionale dell’Alto Mare e la “territorializzazione” di ampie zone di mare per l’esclusivo utilizzo delle risorse naturali da parte di alcuni Paesi emergenti, con il conseguente insorgere di contenziosi internazionali legati al mare. Per manifestare la volontà di non riconoscere le dichiarazioni unilaterali, a tutela del diritto internazionale e per salvaguardare gli interessi nazionali, è necessaria una continua presenza di unità navali nelle aree interessate.

Nello scenario delineato, che evidenzia le conseguenze rilevanti per la nostra economia, la difficoltà più insidiosa è tuttavia rappresentata dalla generale inconsapevolezza nell’opinione pubblica della dipendenza dal mare della nostra prosperità, della nostra sicurezza e, di conseguenza, dell’importanza del ruolo della Marina, quale principale custode del destino marittimo della Nazione.
Si tratta evidentemente di un fattore culturale che costituisce una delle criticità più perniciose. È necessario affrontarla con determinazione, aprendo la Marina alla società civile e stabilendo nuove sinergie interministeriali, ad esempio con il Ministero dell’Ambiente, con quello dell’Istruzione, Università e Ricerca, dei Beni ed Attività Culturali, delle Politiche Agricole (per la vigilanza pesca) oltre che con gli altri protagonisti della ricerca marina, per mettere a sistema il patrimonio delle varie realtà marittime operanti nel Paese.
Bisogna diffondere la cultura del mare e della sua tutela, in particolare nelle scuole e tra i giovani. È necessario inoltre che le navi aumentino la loro presenza nei porti nazionali diversi da quelli di normale gravitazione, perché la Marina sia meglio conosciuta dalla popolazione. È, infine, importante valorizzare le opportunità offerte dalle iniziative dell’Unione Europea nel campo della cultura, della ricerca, della formazione e delle attività commerciali correlate al mare.