Inconsapevolezza della vocazione marittima dell’Italia

Fra le cause di questo sottoimpiego della Flotta come strumento di politica estera in tempo di pace vi è certamente la scarsa consapevolezza delle sue potenzialità e più in generale della vocazione marittima della Nazione.

Nonostante le caratteristiche dell’economia, la sua collocazione geografica, la sua storia stessa convergano in modo inequivocabile a indicare per l’Italia un destino marittimo, tale consapevolezza non è diffusa nell’opinione pubblica nazionale, né si riflette nell’ambito della Difesa, come si evince peraltro dal recente Libro Bianco della Difesa.

Resiste invece, anzi riemerge sempre più, una sorta di nostalgia per la vecchia impostazione Esercito-centrica che vorrebbe confinare al solo Mediterraneo centrale la nostra area di diretto interesse, che vedrebbe la Marina Militare, secondo una visione anacronistica, direi provocatoriamente “proto-sabauda” (culturalmente ante Cavour Ministro della Marina, per intenderci), ridimensionata a un ruolo sostanzialmente ancillare all’Esercito e non com’è nella sua natura, forza strategica di proiezione di capacità, strumento d’elezione a sostegno alla politica estera nazionale.

A riprova del mancato recepimento della natura marittima dell’Italia e dell’ampiezza della sua area d’interesse (il cd Mediterraneo allargato), è sufficiente esaminare la distribuzione delle risorse stabilite dal Ministero della Difesa fra le Forze Armate, che riflette ancora sostanzialmente le percentuali del periodo della Guerra Fredda, quando le esigenze prioritarie stabilite dalla Nato per l’Italia, erano incentrate sulla difesa delle frontiere terrestri e degli spazi aerei, per ritardare un’eventuale invasione massiccia da parte delle forze del Patto di Varsavia, in attesa dei rinforzi alleati, mentre, per la componente navale si prevedeva essenzialmente un ruolo ausiliario alla 6^ Flotta.

A tal proposito, si consideri che l’assegnazione delle risorse alle FF.AA. del 198[1] per il Settore Investimento prevedeva il 31% del capitolo investimento all’Esercito, il 43% all’Aeronautica e il 26% alla Marina. Oggi, la ripartizione delle risorse per l’investimento, includendo il sostegno del Mi.S.E., contempla: il 27% all’Esercito, il 47% all’Aeronautica e il 26% alla Marina; sebbene vi sia sempre più l’esigenza di disporre di una componente navale coerente con l’accresciuta importanza della dimensione marittima per l’Italia, la quota assegnata alla Marina non è aumentata, mentre è incrementata la quota destinata all’Aeronautica ed è solo leggermente diminuita quella dell’Esercito.

Analoghe considerazioni valgono per il Settore Esercizio. Nel 1988 la ripartizione delle risorse prevedeva il 41% all’Esercito, il 37% all’Aeronautica ed il 22% alla Marina; nel 2013 – tenendo conto anche delle “funzioni esterne” e delle risorse recate dal c.d. “Fuori Area” – mentre l’Esercito è salito al 49%,  la Marina è scesa rispettivamente al 20%!

Ciò, nonostante il Mediterraneo sia nel frattempo rimasto sguarnito, orfano della 6^ Flotta e ormai privo di presenza navale Inglese e Francese, le cui unità principali sono dislocate essenzialmente a tutela degli interessi nazionali nei territori oltremare/ex colonie, in oceano Indiano e nel Pacifico.

Dobbiamo inoltre tenere conto che la probabilità di uno scontro aeroterrestre che coinvolga l’Italia in operazioni di guerra convenzionale a difesa del suo territorio è alquanto improbabile. Di contro, è accresciuta l’esigenza per l’Italia di mantenere – sin dal tempo di pace – l’equilibrio del bacino mediterraneo, nella sua accezione allargata, ovviamente, attraverso la costante opera di sorveglianza dell’unica frontiera esposta (il mare) e delle linee di comunicazioni marittime.

Va inoltre considerato che il sistema di Alleanze · per le quali vige sempre più il criterio d’intervento “laddove possibile e quando necessario” · non è in grado di rispondere a tutti i bisogni di sicurezza dell’Italia, ma solo a quelli che vengono percepiti dall’intera collettività degli Stati membri in misura almeno pari alla nostra (emblematiche le resistenze europee per il supporto all’Italia sull’immigrazione).

Il Paese deve quindi accettare la necessità di fronteggiare da solo, in alcuni casi, situazioni di contenzioso bilaterale con Paesi terzi, nonché rischi e minacce che lo riguardano di più rispetto ad altri Alleati. Di qui l’esigenza di una Flotta bilanciata.

Sarebbe pertanto quanto mai necessario e urgente, rivedere i criteri di ripartizione delle risorse alle FF.AA, per renderli coerenti con le attuali prioritarie esigenze dell’Italia e per tenere conto della centralità del mare per la prosperità e la sicurezza nazionale. Senza una decisa revisione dell’attuale ripartizione, è evidente che parlare di nuovi orizzonti marittimi rischia di rimanere un esercizio di scuola per Stati Maggiori.